venerdì, 06 novembre 2009
Quei muri appesi ai Crocefissi…

addolorataGesù è stato giudicato – duemila anni fa – dalle varie magistrature del suo tempo. E sappiamo cosa decise la “giustizia” di allora.
Oggi la Corte europea di Strasburgo ha emesso una sentenza secondo cui lasciare esposta nelle scuole la raffigurazione di quell’Innocente massacrato dalla “giustizia umana” viola la libertà religiosa.
E’ stato notato che semmai il crocifisso ricorda a tutti che cosa è la giustizia umana e cosa è il potere ed è quindi un grande simbolo di laicità (sì, proprio laicità) e di libertà (viene da chiedersi se gli antichi giudici di Gesù sarebbero contenti o scontenti che una sentenza di oggi cancelli l’immagine di quel loro “errore giudiziario” o meglio di quella loro orrenda ingiustizia).
Ma discutiamo pacatamente le ragioni della sentenza di oggi: il crocifisso nelle aule, dicono i giudici, costituisce “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”.
Per quanto riguarda la prima ragione obietto che quel diritto dei genitori è piuttosto leso da legislazioni
stataliste che non riconoscono la libertà di educazione e che magari usano la scuola pubblica per indottrinamenti ideologici.
La seconda ragione è ancor più assurda. Il crocifisso sul muro non impone niente a nessuno, ma è il simbolo della nostra storia. Una sentenza simile va bocciata anzitutto per mancanza di senso storico, cioè di consapevolezza culturale, questione dirimente visto che si parla di scuole. Pare ignara di cosa sia la storia e la cultura del nostro popolo.
Per coerenza i giudici dovrebbero far cancellare anche le feste scolastiche di Natale (due settimane) e di
Pasqua (una settimana), perché violerebbero la libertà religiosa.
Stando a questa sentenza, l’esistenza stessa della nostra tradizione bimillenaria e la fede del nostro popolo (che al 90 per cento sceglie volontariamente l’ora di religione cattolica) sono di per sé un “attentato” alla libertà altrui.
I giudici di Strasburgo dovrebbero esigere la cancellazione dai programmi scolastici di gran parte della storia dell’arte e dell’architettura, di fondamenti della letteratura come Dante (su cui peraltro si basa la lingua italiana: cancellata anche questa?) o Manzoni, di gran parte del programma di storia, di interi repertori di musica classica e di tanta parte del programma di filosofia.
Infatti tutta la nostra cultura è così intrisa di cristianesimo che doverla studiare a scuola dovrebbe essere
considerato – stando a quei giudici – un attentato alla libertà religiosa. In lingua ebraica le lettere della parola “italia” significano “isola della rugiada divina”: vogliamo cancellare anche il nome della nostra patria per non offendere gli atei? E l’Inno nazionale che richiama a Dio?
Perfino lo stradario delle nostre città (Piazza del Duomo, via San Giacomo, piazza San Francesco) va stravolto? Addirittura l’aspetto (che tanto amiamo) delle vigne e delle colline umbre e toscane – come spiegava Franco Rodano – è dovuto alla storia cristiana e ad un certo senso cattolico del lavoro della terra: vogliamo cancellare anche quelle?
Ma non solo. Come suggerisce Alfredo Mantovano, “se un crocifisso in un’aula di scuola è causa di turbamento e di discriminazione, ancora di più il Duomo che ‘incombe’ su Milano o la Santa Casa di Loreto, che tutti vedono dall’autostrada Bologna-Taranto: la Corte europea dei diritti dell’uomo disporrà l’abbattimento di entrambi?”
Signori giudici, si deve disporre un vasto piano di demolizioni, di cui peraltro dovrebbero far parte pure gli ospedali e le università (a cominciare da quella di Oxford) perlopiù nati proprio dal seno della Chiesa?
Infine (spazzata via la Magna Charta, san Tommaso e la grande Scuola di Salamanca) si dovrebbero demolire pure la democrazia e gli stessi diritti dell’uomo (a cominciare dalla Corte di Strasburgo) letteralmente partoriti e legittimati (con il diritto internazionale) dal pensiero teologico cattolico e dalla storia cristiana?
La stessa Costituzione italiana – fondata sulle nozioni di “persona umana” e di “corpi intermedi” (le comunità che stanno fra individui e Stato) – è intrisa di pensiero cattolico. Cancelliamo anche quella come un attentato alla libertà di chi non è cattolico?
E l’Europa? L’esistenza stessa dell’Europa si deve alla storia cristiana, se non altro perché senza il Papa e i re cristiani prima sui Pirenei, poi a Lepanto e a Vienna, l’Europa sarebbe stata spazzata via diventando un califfato islamico.
Direte che esagero a legare al crocifisso tutto questo. Ma c’è una controprova storica. Infatti sono stati i due mostri del Novecento – nazismo e comunismo – a tentare anzitutto di spazzare via i crocifissi dalle aule scolastiche e dalla storia europea.
Odiavano l’innocente Figlio di Dio massacrato sulla croce, furono sanguinari persecutori della Chiesa e del popolo ebraico (i due popoli di Gesù) che martirizzarono in ogni modo e furono nemici assoluti (e devastatori) della democrazia e dei diritti dell’uomo (oltreché della cultura cristiana dell’Europa e della
civiltà).
Il nazismo appena salito al potere scatenò la cosiddetta “guerra dei crocefissi” con la quale tentò di far
togliere dalle mura delle scuole germaniche l’immagine di Gesù crocifisso.
Non sopportavano quell’ebreo, il figlio di Maria, e volevano soppiantare la croce del Figlio di Dio, con quella uncinata, il simbolo esoterico dei loro dèi del sangue e della forza. Lo stesso fece il comunismo che tentò di sradicare Cristo dalla storia stessa.
Se le moderne istituzioni democratiche europee si fondano sulla sconfitta dei totalitarismi del Novecento, non spetterebbe anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo considerare che la tragedia del Novecento è stata provocata da ideologie che odiavano il crocifisso (e tentarono di sradicarlo) e che i loro milioni di vittime si ritrovano significate proprio dal Crocifisso?
Non a caso è stata una scrittrice ebrea, Natalia Ginzburg, a prendere le difese del crocifisso quando – negli anni Ottanta – vi fu un altro tentativo di cancellarlo dalle aule: “Non togliete quel crocifisso” fu il titolo del suo articolo.
Scriveva: “il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E’ l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? (…)
Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano”.
La Ginzburg proseguiva: “Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo… prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini… A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola”.
Con tutto il rispetto auspichiamo che pure i giudici lo apprendano. “Il crocifisso fa parte della storia del
mondo”, scrive la Ginzburg.
Infine il crocifisso è il più grande esorcismo contro il Male. Infatti non è il crocifisso ad aver bisogno di stare sui nostri muri, ma il contrario. Come dice un verso di una canzone di Gianna Nannini: “Questi muri appesi ai crocifissi…”. Letteralmente crolla tutto senza di lui, tutti noi siamo in pericolo.
Per questo potranno cancellarlo dai muri e alla fine – come accade in Arabia Saudita – potranno proibirci anche di portarne il simbolo al collo, ma nessuno può impedirci di portarlo nel cuore. E questa è la scelta intima di ognuno. La più importante.


Antonio Socci - Libero, 4 novembre 2009
Scritto da: Alberto2k alle ore 17:25 | link | commenti | categoria: attualità
domenica, 01 novembre 2009
Luoghi della speranza: le catacombe romane
 
catacombeSulla via delle tombe siamo giunti nella terra del passato: così Johann Jakob Bachofen, grande scopritore delle culture antiche, descriveva nel secolo decimonono il suo cammino di ricerca scientifica. Da quando gli uomini esistono, si sono preoccupati dei loro morti e hanno cercato di dare loro una sorta di seconda vita mediante la propria sollecitudine. Così nel mondo dei morti si è conservato in qualche modo il loro passato di viventi; la morte ha conservato quel che la vita non poteva conservare. Come gli uomini hanno vissuto, che cosa hanno amato, che cosa hanno temuto, che cosa hanno sperato e che cosa hanno detestato, da nessuna parte lo scopriamo tanto chiaramente come dalle tombe, che ci sono rimaste come uno specchio del loro mondo. E in nessun luogo sentiamo la cristianità antica tanto vicina e tanto presente come nelle catacombe: quando camminiamo nei loro oscuri corridoi è come se noi stessi avessimo superato la linea del tempo e fossimo guardati da coloro che qui hanno custodito il loro dolore e la loro speranza.
Perché è così? Possono esserci molti motivi; ma quello più decisivo è che la morte ci riguarda oggi esattamente come allora, e anche se molte cose di quei tempi ci sono divenute estranee, la morte è rimasta la stessa. Nelle iscrizioni spesso maldestre che i genitori hanno dedicato ai loro figli o i coniugi l’uno all’altro, nel dolore e nella fiducia che lì trovano espressione, noi possiamo riconoscere noi stessi. Ancora di più: davanti all’oscura domanda della morte tutti noi cerchiamo un appiglio che ci lasci sperare, un segno che ci indichi la strada, una consolazione. Chi percorre le gallerie delle catacombe, non viene solo coinvolto nella solidarietà di tutto il dolore umano che lì trova espressione: non’ può cogliere soltanto la malinconia di ciò che è passato, tanto è completamente imbevuta, fino alle radici, della certezza della liberazione.
Questa strada della morte è in realtà una via della speranza; chi la percorre, inevitabilmente è reso in qualche modo partecipe della speranza che qui parla da tutte le immagini e da tutte le parole. Con tutto ciò si è però detto ancora molto poco sul nostro atteggiamento nei confronti della morte. Perché proviamo timore davanti alla morte? Perché l’umanità non si è mai rassegnata a credere che al di là di essa vi sia semplicemente il nulla? I motivi sono molti. Anzitutto noi proviamo timore davanti alla morte semplicemente perché abbiamo paura del nulla, di questa partenza verso il totalmente ignoto. Ci ribelliamo contro di essa perché non possiamo credere che tutto quello che di grande e di sensato si è realizzato in una vita, debba improvvisamente precipitare nel nulla. Ci difendiamo da essa, perché l’amore esige eternità e perché non possiamo accettare la distruzione dell’amore che la morte porta con sé. La temiamo perché nessuno può scuotersi di dosso completamente la sensazione che vi sia un giudizio, al cui approssimarsi cresce in noi, senza alcuna attenuante, la memoria dei nostri fallimenti, che, di solito, sappiamo tanto premurosamente rimuovere. La questione del giudizio ha lasciato la sua impronta sulla cultura sepolcrale di ogni epoca. L’amore, che circonda il morto, deve proteggerlo; il fatto che tanta gratitudine lo accompagni non può rimanere senza effetto sul giudizio; così pensavano e pensano gli uomini. Oggi, però, siamo diventati razionali, o almeno così pensiamo. Non ci accontentiamo di qualcosa di vago, vogliamo la precisione. Perciò alla questione della morte non si vuole rispondere con la fede, ma a partire da conoscenze verificabili, empiriche. Così, da qualche tempo i resoconti di morti cliniche sono divenuti delle letture «da brivido» particolarmente attraenti. Esse peraltro sono già in fase discendente. La consolazione che offrono regge ben poco. Può anche essere divertente librarsi da qualche parte nella propria stanza sopra se stessi e guardare dall’alto sereni e commossi il proprio cadavere e i congiunti in lutto, ma non può essere certamente un’attività per l’eternità. Nel frattempo, ricercando l’empirico si è giunti fin quasi a ricadere nell’arcaico, nello spiritismo più o meno mascherato in forme scientifiche, nel desiderio di un contatto diretto con il mondo al di là della morte. Ma anche qui le prospettive sono oscure. Infatti quel che si può trovare sono soltanto dei duplicati di questa nostra vita terrena. Ma che senso avrebbe dover continuare a esistere senza luogo e senza fine in questo stesso modo?
Si tratta appunto di un’esatta descrizione dell’inferno. In effetti una seconda vita, che fosse semplicemente il doppione di quella vissuta sin qui ma senza più termini temporali, sarebbe la dannazione per sempre. La nostra vita terrena ha i suoi limiti temporali e proprio perché è così possiamo sostenerla; in eterno non riusciremmo a sopportarla. Ma allora che cosa succede? Non vogliamo la morte, e la vita che conosciamo non la vogliamo per sempre. Forse l’uomo è una contraddizione in se stesso, un errore della natura? Camminiamo ancora una volta con queste domande nel cuore lungo le vie delle catacombe. Solo chi può riconoscere una speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. Che cosa ha dato agli uomini, che hanno lasciato qui i segni della loro fede, la possibilità di avere una fiducia tanto trasparente da riuscire ancora oggi a interpellarci nell’oscurità di questi corridoi sotterranei? Anzitutto essi erano pienamente consapevoli che l’uomo, preso dì per se stesso, limitato esclusivamente alla sua dimensione empiricamente percettibile, non ha alcun senso. Erano anche del tutto consapevoli dell’assurdità di un semplice prolungamento della nostra attuale esistenza in una dimensione senza limiti. Se già in questa realtà temporale l’isolamento è mortale e solo lo stare-in-rapporto, l’amore, ci sostiene, allora la vita eterna può avere senso solo in una totalità d’amore completamente nuova, che superi ogni temporalità. Dal momento che i cristiani di allora sapevano questo, vedevano anche che l’uomo è spiegabile solo se c’è Dio. Se c’è Dio: per loro questo «se» non era più un se, e proprio in questo sta la soluzione. Dio era uscito dalla sua sconosciuta lontananza ed era entrato nella loro vita e diceva: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25). E anche altre parole brillavano nell’oscurità della morte: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). La paura del giudizio era illuminata da ciò che Gesù aveva detto dall’alto della sua croce al ladrone crocifisso con lui «Oggi stesso tu sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43). Soprattutto era risorto, e aveva detto: «Nella casa di mio Padre ci sono molte dimore... Io vi precedo per prepararvi un posto» (Gv 14,2). Dio non era più un «se» lontano, era lì. C’era davvero. Si era mostrato ed era accessibile.
Poi, però, tutto si risolveva da sé. Infatti se Dio c’è ese questo Dio ha voluto e vuole l’uomo, allora è chiaro che il suo amore può ciò che il nostro desidera invano: tenere in vita l’amato al di là della morte. I nostri cimiteri, con i loro segni di affetto e di attaccamento, sono proprio tentativi dell’amore di tenere in qualche modo stretto l’altro, di dargli ancora un podi vita. E un poco egli continua davvero a vivere anche in noi, non lui stesso ma qualcosa di lui. Dio può tenere di più: non solo pensieri, ricordi, sviluppi, ma ciascuno per quel che lui stesso è. È così che anche i tentativi dell’antica filosofia hanno acquistato per i cristiani un loro significato. Essa diceva: se tu vuoi sussistere al di là della morte, allora devi raccogliere in te stesso il più possibile di ciò che è eterno: verità, giustizia, bontà. Quanto più tu hai di tutto questo in te, tanto più rimane di te, tanto più rimani tu. O meglio: devi essere attaccato a ciò che è eterno, in modo da appartenervi tu stesso e partecipare della sua eternità. Essere attaccato alla verità e appartenere così a ciò che non può essere distrutto; tutto ciò diventa ora pienamente reale e vicino: resta attaccato a Cristo, egli ti sostiene attraverso la notte della morte che lui stesso ha attraversato. Così l’immortalità acquista senso. Essa non è più un infinito doppione del tempo presente, ma è qualcosa di completamente nuovo, è realmente la nostraeternità: essere nelle mani di Dio e quindi una cosa sola con tutti i fratelli che egli ha creato per noi, una cosa sola con la creazione. Solo questa è la vera vita, a cui noi ora possiamo guardare solamente come immersi nella nebbia. Senza risposta alla questione di Dio la morte resta un crudele enigma; ogni altra risposta ci porta nel contraddittorio. Ma se Dio c’è, il Dio che si è mostrato in Gesù Cristo, allora c’è la vita eterna e allora anche la morte è una strada della speranza.
Questa nuova esperienza è ciò che ha dato alle catacombe la loro impronta caratteristica. Per quanto molto delle loro immagini si sia logorato o sia sbiadito per l’inclemente scorrere del tempo, attraverso i secoli esse non hanno perso nulla dello splendore e, soprattutto, della verità della speranza da cui sono nate. Qui ci sono i fanciulli nella fornace; Giona che dalla pancia della mostruosa creatura marina viene rigettato alla luce; Daniele nella fossa dei leoni e molti altri; ma l’immagine più bella è quella del buon pastore, alla cui guida ci si può affidare senza timori, poiché egli conosce la strada, anche attraverso l’oscura valle della morte. «Il Signore è il mio pastore. Nulla mi mancherà... Dovessi vagare in mezzo alle ombre della morte, non temo alcun male, perché tu sei presso di me...» (Sai 22,1.4; LXX).
Joseph Ratzinger

Fonte: Immagini di speranza Ed S.Paolo
Scritto da: Alberto2k alle ore 13:53 | link | commenti | categoria: papa bxvi

« Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato »
 

colpaUn sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece quando sei invitato, và a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».  (Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 14,1.7-11)

      L'umiltà è la verità, e la verità è che io sono nulla, e tutto quello che di buono è in me, è di Dio. E spesso noi sciupiamo anche quello che di buono Dio ha messo in noi. Quando vedo che la gente a me chiede qualche cosa, non penso a quello che posso dare, ma a quello che non so dare, e per cui tante anime restano sitibonde, per non avere io saputo dare loro il dono di Dio.

      Pensare che ogni mattina Gesù fa l'innesto di sé in noi, ci pervade tutti, ci dona tutto, dovrebbe dunque spuntare in noi il ramo o il fiore dell'umiltà. Viceversa, il diavolo, che non può innestarsi in noi così profondamente come Gesù, ecco che fa subito germogliare i suoi virgulti di superbia. Questo non ci fa onore. Bisogna dunque combattere e sforzarci di salire... Quando non ne possiamo più, allora, nella fermata, umiliamoci e in questa umiltà ci incontreremo con Dio, perché egli discende nel cuore umile.

Fonte:San [Padre] Pio di Pietrelcina (1887-1968), cappuccino
Buona giornata 8/8, GB 69

Scritto da: Alberto2k alle ore 13:18 | link | commenti | categoria: dottrina

Il significato del Sabato

gesu_e_i_fariseiUn sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Davanti a lui stava un idropico. Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: «E' lecito o no curare di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse: «Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole. (Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 14,1-6)

      Il Sabato - fine dell'opera dei « sei giorni ». Il testo sacro dice che « Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto » e così « furono portati a compimento il cielo e la terra »; Dio « cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro », « benedisse il settimo giorno e lo consacrò » (Gen 2,1-3). Queste parole ispirate sono ricche di insegnamenti salutari.

      Nella creazione Dio ha posto un fondamento e delle leggi che restano stabili, sulle quali il credente potrà appoggiarsi con fiducia, e che saranno per lui il segno e il pegno della incrollabile fedeltà dell'Alleanza di Dio. Da parte sua, l'uomo dovrà rimaner fedele a questo fondamento e rispettare le leggi che il Creatore vi ha inscritte. La creazione è fatta in vista del Sabato e quindi del culto e dell'adorazione di Dio. Il culto è inscritto nell'ordine della creazione. « Nulla si anteponga all'Opera di Dio », dice la Regola di san Benedetto, indicando in tal modo il giusto ordine delle preoccupazioni umane. Il Sabato è al cuore della Legge di Israele. Osservare i comandamenti equivale a corrispondere alla sapienza e alla volontà di Dio espresse nell'opera della creazione.

      L'ottavo giorno. Per noi, però, è sorto un giorno nuovo: quello della Risurrezione di Cristo. Il settimo giorno porta a termine la prima creazione. L'ottavo giorno dà inizio alla nuova creazione. Così, l'opera della creazione culmina nell'opera più grande della Redenzione. La prima creazione trova il suo senso e il suo vertice nella nuova creazione in Cristo, il cui splendore supera quello della prima.

Fonte: Catechismo della Chiesa Cattolica - 345-349

Scritto da: Alberto2k alle ore 13:08 | link | commenti | categoria: dottrina

Alcune considerazioni sul Rosario

mdr

L'eccellenza del santo Rosario nelle preghiere che lo compongono

Le fede è l'unica chiave che ci apre la comprensione dei misteri di Gesù e di Maria espressi dal santo Rosario; perciò all'inizio occorre recitare il Credo con grande attenzione e devozione, poiché - lo ripeto - più viva e forte è la nostra fede e più il Rosario sarà valido. E questa fede deve essere ardita ed animata dalla carità: in altre parole, per ben recitare il Rosario bisogna essere in grazia di Dio o per lo meno decisi di riacquistarla; deve essere una fede robusta e costante e cioè: nel Rosario non dobbiamo ricercare il nostro gusto sensibile, la nostra spirituale consolazione, disposti ad abbandonarlo quando fossimo molestati da tante distrazioni involontarie o da uno strano disgusto nell'anima o da opprimente noia o torpore prolungato nel corpo. Nella recita del Rosario non c'è alcuna necessità, di gusti o di consolazioni, di slanci o sospiri, di lacrime; neppure si richiede una continua applicazione dell'immaginazione: bastano la fede pura e la retta intenzione. E' sufficiente la sola fede!

Il Pater o orazione domenicale trae tutta la sua eccellenza dall'autore che non è un qualunque uomo non è un angelo, ma è il Re degli Angeli e degli uomini, Cristo Gesù. «Era necessario - dice san Cipriano - che chi veniva come Salvatore a darci la vita della grazia, ci insegnasse anche come celeste Maestro il modo di pregare» (S. CIPRIANO, De oratione dominica, n. 1-2, PL 4, 537). La sapienza del divino Maestro appare luminosa nell'ordine, nella forza e nella chiarezza di questa divina preghiera, che è breve, ma ricca di insegnamenti, è accessibile ai semplici mentre è colma di mistero per i dotti. 

Il Pater contiene tutti i nostri doveri verso Dio, gli atti di tutte le virtù e la richiesta per ogni nostro bisogno spirituale e materiale. «E' il compendio dei Vangeli», dice Tertulliano (TERTULLIANO, Liber de Oratione «Evangelii Breviarium», c. 1, PL 1, 1255). «Supera tutti i desideri dei santi» - dice Tommaso da Kempis (TOMMASO DA KEMPIS, Enchiridion Monachorum, c. 3) - contiene in breve tutte le soavi aspirazioni dei Salmi e dei cantici; chiede tutto ciò che è necessario a noi, loda Dio in modo eccellente ed eleva l'anima dalla terra al cielo e l'unisce strettamente a Dio.

Il saluto angelico è tanto sublime e nobile che il beato Alano della Rupe giudicò che nessuna creatura può capirlo: «Solo Gesù Cristo - asseriva - nato dalla Vergine Maria, è in grado di spiegarlo».

 

Esso trae la sua eccellenza principalmente dalla Vergine santa alla quale fu rivolto, dallo scopo dell'Incarnazione del Verbo in vista della quale fu portato dal Cielo e dall'arcangelo Gabriele che primo lo pronunciò.

 

Il saluto angelico riassume nel modo più conciso tutta la teologia cristiana sulla Vergine santa. Ci sono una lode ed un'invocazione. La lode racchiude tutto ciò che costituisce la vera grandezza di Maria e l'invocazione tutto ciò che le dobbiamo chiedere e possiamo attendere dalla sua bontà a nostro riguardo.

 

La SS. Trinità ne rivelò la prima parte; santa Elisabetta, illuminata dallo Spirito Santo, vi aggiunse la seconda, e la Chiesa, nel primo Concilio di Efeso (a. 431) ne suggerì la conclusione dopo aver condannato l'errore di Nestorio e definito che la Vergine è vera Madre di Dio. Il Concilio stabilì che la Madonna venisse invocata sotto quel glorioso titolo con le parole: «Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte».

Fonte: S. Luigi Maria Grignion de Montfort
«Il segreto ammirabile del Santo Rosario per convertirsi e salvarsi»


Il Rosario completa le condizioni di una preghiera efficace

Supponendo di utilizzare la pratica del Rosario per motivi necessari sia alla nostra salvezza personale, che a quella altrui, la recita del Rosario realizza le condizioni più propizie al loro ottenimento :

 

« Se la preghiera, per sua natura ed in virtù delle promesse di Cristo, scrive Leone XIII, ci introduce presso Dio per chiederGli soccorso, si sa che due condizioni la rendono molto efficace : che vi si perseveri assiduamente e che più persone si riuniscano per recitarla in comune ... Queste due raccomandazioni si ritrovano perfettamente nel Rosario.»

Si tratta della perseveranza e la ripetizione insistente dei Padre e Ave ne è la caratteristica.

 

Inoltre, la ripetizione delle stesse parole presuppone, da un lato, l'accettazione di non essere stata esaurita dal primo appello e d'altra parte, la grande certezza, man mano ed in misura che riprendiamo le stesse parole, osservando il consiglio del Signore : « È necessario pregare sempre e giammai smettere » si otterrà la sua promessa : « Se voi potete credere, tutto è possibile a colui che crede. Qualsiasi cosa chiederete pregando, abbiate fede che tutto riceverete e vi arriverà »

 

Altrimenti detto, questa ripetizione instancabile delle stesse formule connota un ambiente di umiltà e di fiducia che attira la grazia di Dio

Si tratta dell'aspetto comunitario del Rosario. Si sa, dal Vangelo, qual'è la forza della preghiera recitata in comune. San Tommaso lo afferma con queste memorabili parole riportate da Leone XIII : « È impossibile che le preghiere di una moltitudine non siano esaudite, se queste numerose preghiere ne formano una sola. »

 

Ora il Rosario non solo si presta alla recita in comune, ma si realizza soprattutto nella Confraternita solo nella quale trova, non solo il suo pieno sbocco di metodo di formazione cristiana, ma anche di preghiera efficace.

 

Si adatta perfettamente alla recita pubblica, fatto che aggiunge un plus valore, come afferma Leone XIII : « Le preghiere hanno più forza che mai per ottenere l'aiuto del Cielo quando sono fatte pubblicamente, con perseveranza ed in pieno accordo con un gran numero di fedeli, che formano insieme un solo coro di supplicanti.

Fonte: Benoit Thierry D'Argenlieu,
La teologia del Rosario in Maria, studi sulla Vergine Maria

Scritto da: Alberto2k alle ore 13:01 | link | commenti | categoria: dottrina
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